19 Luglio 2026

Referendum: chi ha detto No

L’esito del referendum contro la legge Nordio-Meloni ha colto di sorpresa un po’ tutti, compresi quelli che hanno lavorato per la vittoria del No. Le percentuali sono ormai arcinote, vediamo nel dettaglio i numeri esatti.
Se guardiamo i votanti in Italia, i No sono stati 14.461.336, i Sì 12.448.255; considerando, come è giusto fare, anche i voti provenienti dall’estero (ove il Sì ha prevalso) i No sono 15.083.988 e i Sì 13.251.887.
La distribuzione geografica del voto ci dice che in sole tre regioni il Sì ha prevalso: Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia, cosa abbastanza prevedibile, mentre tre regioni del Sud, ove generalmente si è votato meno, Campania, Basilicata e Sicilia vantano le più alte percentuali di No. Con l’eclatante caso di Napoli, dove il No si è affermato con il 75,49%.
Il primo elemento di sorpresa, che ha spiazzato calcoli e previsioni anche dei principali istituti demoscopici, è stata l’inaspettata alta affluenza alle urne, pari al 58,93% (secondo Eligendo, il sito del Ministero degli Interni) per quanto riguarda gli iscritti in Italia, che scende al 55,7% tenendo conto anche del voto proveniente dall’estero.
Per rimanere nell’ambito referendario, non dimentichiamo il referendum sui diritti dei lavoratori, promosso dalla Cgil che non raggiunse il quorum, ma che registrò il consenso di oltre 12 milioni di voti. La gran parte di coloro i quali votarono i referendum sul lavoro e la cittadinanza, hanno ingrossato le acque del grande fiume dei No di qualche giorno fa. Le prime analisi sulle caratteristiche “sociali” del voto già sono state abbozzate il giorno successivo alla chiusura delle urne da autorevoli istituti sondaggistici, i quali rilevano che non è dalle zone socialmente disagiate, o di più alta presenza operaia, che arriva il maggiore contributo all’affluenza e al No.

Un dato su tutti conforta, che la percentuale dei giovani, appartenenti alla “Generazione Z”( fascia tra i 18 e i 28 anni), sia stata così decisiva per l’alta affluenza alle urne e per la vittoria del No.
Secondo le stime di Nando Pagnoncelli la generazione Z ha il 67% di partecipazione al voto, con il 58,5% per il No. In sostanza il voto referendario ha dimostrato che l’astensionismo non è invincibile, almeno finora.

Ma la strada per cantare vittoria nei confronti dello schieramento governativo è ancora lunga e tutta da costruire. Non solo perché, se torniamo a guardare i numeri reali, la percentuale del No sul totale degli aventi diritto al voto sfiora il 30% senza raggiungerlo (è il 29,33%) pur superando nettamente il Sì fermo al 25,77%. Ma soprattutto perché il peggiore errore che si può fare è credere che quei voti referendari siano già nelle tasche delle forze di opposizione, che cioè il voto del 22 e 23 marzo sia automaticamente trasferibile nelle elezioni politiche della primavera del 2027, o consensi capitalizzati in eventuali elezioni anticipate, che la Meloni sembrerebbe considerare come una possibile soluzione alla inevitabile fase di logoramento che si profila per il suo governo.

Dai primi commenti del dopo voto, a sinistra, fa capolino purtroppo un altro vizio deteriore, ancora peggiore: quello di sfruttare la vittoria referendaria per regolare i rapporti all’interno del cosiddetto campo largo, accelerando la convocazione delle primarie (supposta panacea di tutti i mali) per decidere la leadership dello schieramento. Significherebbe mostrare di avere capito poco o nulla della lezione che questo voto ci offre, o quantomeno di svilirne la portata, deludendo quella generazione che rappresenta l’ultima speranza.

( A cura SPI CGIL di Salerno)