Oggi l’Italia è tra i paesi più longevi in assoluto, con una speranza di vita alla nascita di 83,4 anni; nel 1872 era tra quelli con la speranza di vita più bassa in Europa: soli 29,8 anni.
A queste differenze contribuiva la mortalità entro il primo anno di vita che era dovuta soprattutto alla diffusione della malnutrizione e alle cattive condizioni igienico-sanitarie.
Negli anni Novanta il tasso di mortalità infantile era sceso a uno tra i valori più bassi al mondo.
I progressi nella riduzione della mortalità infantile e nell’aumento della speranza di vita sono un successo al quale hanno contribuito il miglioramento dell’alimentazione e dell’igiene, ma soprattutto l’istituzione negli anni ‘70 di un sistema sanitario universalistico.
Col miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie, la mortalità per malattie infettive è via via scemata. Fa eccezione il 1918-19, quando l’influenza spagnola triplica la mortalità per malattie infettive; poi nel 2020 la pandemia da Covid-19 ha fatto risalire la mortalità per malattie infettive al 12,4% dei decessi, scesa poi al 5,0% nel 2023.
Con l’aumento della longevità sono però cresciute le malattie cronico-degenerative: i tumori sono passati dal 2–3% dei decessi alla fine del XIX secolo al 26,3% nel 2023, e le malattie cardiovascolaridal 6–8% al 30%, diventando, dalla seconda metà del Novecento, la principale causa di morte.
Negli ultimi decenni insieme ai guadagni di longevità (tra il 1990 e il 2024 la speranza di vita alla nascita è cresciuta di circa 8 anni per gli uomini e di 6,5 per le donne, arrivando a 81,5 e 85,6 anni rispettivamente) è aumentata la diffusione di patologie cronico-degenerative.
In particolare,la multimorbilità – ossia la presenza simultanea di 2 o più patologie sulla stessa persona – nel 2025 si stima riguardi 13 milioni di persone (da 10,3 mln nel 1993), di cui il 39% ultra75enni (dal 21,3% nel 1993).
D’altra parte, la dinamica per età evidenzia la compressione della multimorbilità verso età sempre più anziane, con prevalenze in diminuzione tra adulti e giovani anziani (65-74enni) e in crescita solo dopo i 75 anni.
È aumentata la diffusione del diabete, dal 2,9% della popolazione nel 1980 al 3,4 nel 1995 e al 6,4% nel 2025, aumentano gli ipertesi (dal 6,4% nel 1980 al 10,2 nel 1995 e al 18,9% nel 2025), causa l’adozione di stili di vita poco salutari che peggiorano i fattori di rischio, come l’eccesso di peso tra i non anziani.
Di contro, tra il 1995 e il 2025 si è ridotta considerevolmente la diffusione di artrosi e artrite, quasi dimezzandosi, e vi sono stati netti miglioramenti nella diffusione di patologie legate all’abitudine al fumo, come la bronchite cronica: nel 1980 interessava oltre 4 milioni di persone (di cui più dei 2/3 uomini) e nel 2025 soli 2 milioni.
Nella seconda metà dell’Ottocento, l’età mediana alla morte era estremamente bassa e compresa tra 5 e 10 anni. Con la riduzione della mortalità infantile l’età mediana alla morte sale a circa 20-25 anni all’inizio del secolo. La crescita prosegue fino ai giorni nostri e nel 2023 è pari a 81,6 anni per i maschi e 86,3 anni per le femmine, con una importante variabilità territoriale: l’età mediana alla morte va infatti da meno di 82 anni in Campania a oltre 86 nelle Marche, con uno svantaggio di tutte le regioni più popolose del Mezzogiorno.
Tra il 1990 e il 2023 la mortalità, standardizzata per età, diminuisce del 43% tra gli uomini e di quasi il 40% tra le donne. Tuttavia, la riduzione è più marcata nelle regioni del Centro-Nord, dove in alcune regioni supera il 50%, mentre in quasi tutto il Mezzogiorno è intorno al 35%. Ancora più profondamente delle differenze territoriali, sulla mortalità incidono le disuguaglianze sociali: tra gli adulti di almeno trent’anni, quelli con bassa istruzione hanno una mortalità di circa il 40% più elevata rispetto a quelli con istruzione elevata.
Nel 1980 fumava oltre la metà degli uomini di 14 anni e più (54,3%); nel 2025 la quota si è più che dimezzata (22,9%). Tra le donne, la quota di fumatrici, già molto più bassa rispetto ai coetanei (16,7%) è diminuita solo leggermente (15,9%). In passato per gli uomini l’abitudine al fumo era più diffusa tra le persone meno istruite e per le donne tra le più istruite ed emancipate; la riduzione, che ha riguardato per entrambi i sessi tutti i livelli di istruzione, è stata maggiore tra le persone con istruzione elevata e risulta ovunque un’abitudine prevalentemente maschile.
In Italia, come nella maggior parte dei paesi avanzati, la diffusione dell’obesità nella popolazione adulta è cresciuta sensibilmente: dal 5,9% nel 1990 all’11,6% del 2025, con una differenza a svantaggio degli uomini negli ultimi venti anni, e per le persone meno istruite e residenti nel Mezzogiorno. Nondimeno, i livelli di obesità negli adulti restano tra più contenuti nell’Ue, mentre in età evolutiva i livelli di obesità e sovrappeso sono molto più elevati rispetto ad altri paesi Ue, segnalando un problema per il futuro.
( fonte ISTAT a cura di SPI CGIL Salerno)

