17 Marzo 2026

STRALCI DALL’ULTIMO RAPPORTO CENSIS

Il 59° Rapporto del Censis descrive l’Italia del 2025 come un Paese entrato in una nuova fase storica: una ‘età selvaggia, del ferro e del fuoco’, così viene definita con una certa efficacia dal CENSIS, dove pulsioni profonde, incertezze geopolitiche e fragilità economiche ridisegnano il tessuto sociale.
È una fotografia che individua fratture strutturali, dalla percezione del declino europeo, oramai inarrestabile senza una politica comunitaria vera, al peso del debito, dalla difficoltà del ceto medio alla trasformazione del lavoro. Ma mostra anche un Paese che, pur esposto a rischi inediti, continua a cercare traiettorie di adattamento.
L’elemento più rilevante è il quadro antropologico. Secondo il Rapporto, il 62% degli italiani ritiene che l’Unione europea non abbia un ruolo decisivo nello scenario globale, mentre il 53% immagina un’Europa destinata alla marginalità in un mondo governato dalla forza anziché dal diritto.
È un cambio di paradigma.
Un terzo degli italiani considera oggi le autocrazie più adatte allo spirito dei tempi: un dato che rivela una crescente sfiducia nei meccanismi democratici, il che produce una percezione diffusa di vulnerabilità, di insicurezza personale, ma , soprattutto, conferma la pericolosa deriva a destra che contraddistingue i periodi di incertezza, di instabilità.
Accanto al clima culturale, il Censis individua un punto di frattura economico: il cosiddetto ‘Grande Debito‘. Attualmente il rapporto debito/PIL è al 138% L’Italia spende 85,6 miliardi l’anno in interessi, più di quanto destina agli investimenti pubblici, e dieci volte quanto investe in protezione ambientale. È un peso strutturale che riduce i margini di manovra e inaugura, secondo il rapporto, il ‘secolo delle società post-welfare’, ma sarebbe meglio chiamarlo del no-welfare. È un fenomeno che riguarda tutto l’Occidente, ma nel caso italiano è aggravato da una crescita demografica negativa, dall’invecchiamento della forza lavoro e da una produttività stagnante, quest’ultima vede una crescita media annua dello 0,2% tra il 1995 e il 2024, un dato terrificante!
Nel 2024 il debito pubblico ha toccato un nuovo massimo, 3.081 miliardi, mentre la spesa per interessi è salita al 3,9% del Pil, quota più alta dell’Eurozona dopo l’Ungheria.
Il Rapporto fotografa poi il disagio del ceto medio produttivo, quello che una volta veniva definito la “spina dorsale” dell’economia, il settore produttivo diffuso, che vede restringersi progressivamente il proprio spazio economico. In vent’anni il numero dei titolari d’impresa è crollato del 17%, mentre il reddito reale delle piccole attività ha continuato a scendere, assestandosi al 14% del Pil.
E qui arrivano i dati più preoccupanti.
La stagnazione salariale completa il quadro: nel 2024 il valore reale delle retribuzioni è ancora inferiore dell’8,7% rispetto al 2007.
Il valore reale delle retribuzioni in Italia è diminuito del 7,5% tra il 2021 e il 2024, secondo i dati OCSE. Il potere d’acquisto, nonostante un parziale recupero negli ultimi due anni, risulta ridotto del 6,1% nell’arco di un quindicennio.
Nel mercato del lavoro il cambiamento è altrettanto profondo. L’aumento dell’occupazione degli ultimi due anni è trainato quasi esclusivamente dagli over 50: rappresentano oltre l’80% dei nuovi occupati nel 2023-2024, questo a proposito degli sbandierati dati sull’occupazione diffusi dal governo Meloni.
In questo scenario complesso, emerge un’altra Italia, descritta dal Censis come una popolazione che non cede alla ‘litania della catastrofe’. Pur consapevoli delle fragilità sistemiche, gli italiani mantengono un approccio vitale alla quotidianità, con una forte inclinazione al piacere, alla socialità, alla ricerca di benessere personale.
In parallelo, la domanda di cultura cambia forma: cala la spesa per libri e giornali, ma aumentano gli ingressi a musei, cinema, spettacoli, con le città italiane che diventano sempre più dispositivi esperienziali.

( fonte CENSIS a cura di SPI CGIL Salerno)