Una analisi del CENSIS ci offre un’istantanea interessante. La preoccupazione c’è, al momento gli italiani scommettono che le probabilità di una minaccia diretta al nostro paese siano salite a quota 31 su una scala da 0 a 100. La guerra per noi non è prossima, dunque. Ma vale la pena morire per la patria o per un ideale? Questo è il tema. Nell’ipotesi che un allargamento dei conflitti in corso finisca per coinvolgere l’Italia, il quadro delle opinioni è variegato, se si considera che quanti si dichiarano pronti a combattere siano solo il 16%, il resto rifiuterebbe di mobilitarsi, disertando anziché rispondere alla chiamata delle Forze armate.
Il campione preferirebbe di gran lunga la soluzione più comoda: arruolare contingenti di mercenari stranieri che facciano il lavoro sporco al posto nostro.
Bisogna però correre ai ripari per tempo, potenziando i nostri apparati di sicurezza, uomini e mezzi, oppure no?
Chi esprime una netta avversione a ogni programma di riarmo, costituisce uno zoccolo duro, che però non va molto oltre il 20%. Al contrario, il 25% è favorevole a dirottare maggiori risorse economiche sulla difesa, anche a scapito di altre voci del bilancio dello Stato, compresi i tagli alla spesa sociale: fondi per le scuole, gli ospedali, le pensioni.
Tra questi due estremi si collocano tutti gli altri, con diverse sfumature (qualcuno addirittura è convinto che sia giunta l’ora per l’Italia di dotarsi di un arsenale nucleare: lo pensa un cittadino su dieci).
In buona sostanza, si rinforzino pure le truppe, ci si doti di carri armati di ultima generazione, si finanzino l’Aeronautica e la Marina, sapendo però che le alleanze internazionali saranno determinanti. Si teme che il paese soccomberebbe, se non potesse contare sull’intervento provvidenziale degli alleati. Chi accorrerà in nostro soccorso nella sciagurata eventualità di un attacco, ora che l’alleato storico (gli USA) è diventato talmente ambiguo da non poterci fare affidamento, anche e soprattutto dopo la minaccia dei dazi contro l’Europa?
Pertanto, oggi quasi la metà degli italiani non dà per scontato il sostegno degli americani in caso di guerra. Forse è questa la crepa più profonda che si è aperta nell’opinione pubblica.
Ultimamente, in larghi strati della società, è maturata la consapevolezza che l’assetto tradizionale delle coalizioni sia venuto meno.
Irrobustire l’Alleanza Atlantica,
dunque, oppure puntare su una difesa europea? Come mettere d’accordo tutti i 27 membri? È un rebus di difficile soluzione.
Davanti a questo scoglio molti sono confusi: un quarto degli italiani non ha nemmeno un’idea precisa in proposito. Al netto dei contrari a qualunque meccanismo di riarmo, una Nato più forte è comunque l’auspicio di circa la metà dei cittadini.
Un sistema di difesa europeo, con un esercito comune, e un comando unificato, che possa garantire maggiore sicurezza e indipendenza, è la soluzione incoraggiata da sei italiani su dieci. Si resta col fiato sospeso, dunque. Gli italiani giudicano ancora basse le probabilità di essere trascinati in un conflitto armato, e non credono che l’uso della forza sia la risposta, divisi tra oppositori e fautori del riarmo, persuasi che le coalizioni internazionali siano una soluzione, tiepidi sulla Nato, suggestionati dall’idea di un sistema di difesa europeo, ma decisi neutralisti.
Gli italiani in guerra
L’indagine è stata realizzata su un campione di 1.007 individui stratificato per genere, età, area geografica di residenza e ampiezza demografica del comune di residenza, statisticamente rappresentativo
dell’universo di riferimento (popolazione italiana maggiorenne).
La probabilità che l’Italia entri in guerra entro i prossimi cinque anni è stimata
al 31% dal campione intervistato: si va dal 35% di possibilità secondo i meno istruiti, al 29% tra
i laureati, fino al 25% secondo i più anziani, più cauti. Solo il 16% vede zero rischi, per una percentuale identica le probabilità superano il 50%.
Se scoppiasse la guerra, le persone anagraficamente più interessate,(tra i 18 e i 45 anni), sarebbero in maggioranza riluttanti a rispondere alla chiamata delle Forze armate. Solo il 16% si dichiara pronto a combattere (con una significativa spaccatura di genere: tra gli uomini la percentuale sale al 21% e tra le donne scende al12%).
Il 39% invece scenderebbe in piazza, in quanto pacifista. Il 26% preferirebbe appaltare le operazioni militari e la difesa del territorio a soldati di professione e a battaglioni di mercenari stranieri, come se si potesse esternalizzare, alla stregua di un servizio di pulizie.
Il 19% confessa candidamente che diserterebbe.
Interessanti le strategie personali per affrontare i pericoli di un eventuale conflitto. Prevalgono quelle volte alla protezione della propria incolumità: l’81% si preoccuperebbe di cercare un rifugio sicuro dove trovare riparo in caso di bombardamenti, il 78% provvederebbe a stoccare provviste alimentari a lunga conservazione, il 66% (con un picco del 77% tra i giovani sotto i 35 anni) si procurerebbe un kit di sopravvivenza per resistere il più a lungo possibile, il 59%
si trasferirebbe in una località lontana dalle zone a rischio (la
percentuale sale al 68% tra i giovani).
L’opzione di procacciarsi un’arma e imparare
a usarla per difendersi è presa in considerazione dal 27% degli italiani (dal 39% dei
giovani).
È un’Italia che non vuole combattere, ma che si prepara a resistere. Per il 65% degli italiani, infatti, in guerra saremmo travolti dal nemico, se non potessimo contare sull’aiuto degli alleati (la percentuale dei pessimisti sale al 70% tra chi ha più di 65 anni). Però i dazi americani sono già una dichiarazione di guerra nei nostri confronti: ne è convinto il 63% dei cittadini (si raggiunge il 70% nella fascia d’età più avanzata). Pertanto, il 46% degli italiani non è affatto convinto che troveremmo gli Stati Uniti al nostro fianco in caso di guerra (nutre grossi dubbi il 50% dei laureati). Anche per questo il 42% giudica opportuno costruire sin da subito un rapporto bilaterale con gli Usa in materia di difesa e commercio. Eppure, la percezione di vulnerabilità del paese non vede un consenso generalizzato per il riarmo.
Il 26% è convinto che per garantirci la pace dovremmo usare il potere di deterrenza delle armi: converrebbe riarmarci per apparire più temibili agli occhi di eventuali aggressiori (lo pensa il 32% degli uomini, ma solo il 21% delle donne). Una percentuale analoga (il 25%) è favorevole a spendere maggiori risorse economiche per la nostra difesa militare, anche se questo dovesse comportare una riduzione della spesa pubblica per la sanità e la previdenza. Solo un italiano su dieci (l’11%) è dell’opinione che sia giunta l’ora per l’Italia di dotarsi della bomba atomica.
La Nato rimane imprescindibile. Poco meno della metà degli italiani (il 49%) è favorevole al rafforzamento del Patto Atlantico (la percentuale sale al 55% tra i laureati e al 57% tra gli over 65). Il 18% crede invece che si dovrebbero costruire alleanze a geometria variabile. L’8% ritiene che l’Italia debba uscire dalla Nato e fare affidamento esclusivamente sulle proprie forze. Ma addirittura un quarto (il 25%) non ha una chiara opinione in proposito. C’è però un’altra chance. Il 58% degli italiani ritiene utile un sistema di difesa europeo integrato, con un esercito unico, armamenti comuni e un comando unificato per tutti i 27 Stati dell’UE (tra gli anziani i favorevoli raggiungono il 72%). Il 22% è invece contrario a questa soluzione, convinto che non si debba né rafforzare il nostro esercito, né unirci alle forze degli altri paesi europei: sono gli oppositori a qualsiasi programma di riarmo. Per il 10% sarebbe preferibile stringere accordi solo con i paesi europei più forti (la Francia, per esempio, che dispone dell’arma nucleare). Solo per l’8% dovremmo invece agire da soli, concentrandoci esclusivamente sul
potenziamento delle nostre Forze armate.
Il riarmo resta un dilemma, le alleanze sono strategiche, ma la politica preferibile
per l’Italia è la neutralità. Riguardo alla guerra russo-ucraina, per esempio, un
terzo degli italiani (il 33%) ritiene giusto schierarsi in una coalizione a difesa di Kiev
(tra i giovani si sale al 40%), solo il 5% crede invece che l’Italia debba stare dalla
parte di Mosca, ma la maggioranza assoluta (il 62%) è convinta che il nostro paese
dovrebbe restare neutrale.
Riguardo al conflitto in corso in Medio Oriente, il 21% è esplicitamente a favore
della Palestina (il 29% tra i giovani e il 27% tra i laureati), solo il 9% si schiera
con Israele, mentre la grande maggioranza (il 70%) auspica una posizione neutrale
dell’Italia.
Riguardo alle dichiarate mire espansionistiche americane, nell’ipotesi di occupazione della Groenlandia solo il 4% degli italiani starebbe dalla parte di Washington, il 38% sarebbe invece favorevole alla costruzione di un’alleanza internazionale per liberare l’isola e la maggioranza (il 58%) preferirebbe ancora una volta che
l’Italia mantenesse una posizione di neutralità.
(fonte CENSIS a cura di SPI CGIL Salerno)

