Relazione Segretario Generale Antonio Salzano
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Carissime Compagne e Carissimi Compagni,
ci avviamo a celebrare questo nostro secondo congresso provinciale in un momento in cui il Paese è in una fase di declino molto evidente e molto avanzato.
Un declino non solo industriale, ma morale e civile che sta intaccando i rapporti tra le persone, tra cittadino e Stato;
un declino dell’etica pubblica; un declino che nasce da cinque anni di malgoverno in cui si è cercato di stravolgere valori, sradicare radici, affermare un modello di società improntato sull’individualismo, sull’interesse di pochi a discapito dei molti.
La velocità dei processi, il mercato globale, l’economia solo dei profitti, la costruzione di un nuovo sistema geopolitico e l’affermarsi con la forza di un nuovo ordine mondiale hanno fatto poi il resto nella costruzione di un sentimento di spaesamento e di insicurezza che coinvolge oramai l’uomo comune.
E il tempo, poi, che come ricordava Gramsci “è lo pseudonimo della vita”, con il suo scandire frenetico è diventato anch’esso, per la mancanza di processi comunicativi democratici e di socializzazione da poter vivere nelle città, gabbia che ci imprigiona e non sintesi sociale.
E’ in questo scenario che si è affermata una maggiore complessità sociale che riguarda la condizione del lavoro, il fenomeno dell’esclusione nella condizione sociale che tende ad approfondirsi e ad estendersi in tutte le aree urbane, i processi di privatizzazione nei consumi di cittadinanza.
Siamo, insomma, di fronte a comportamenti sociali nuovi che spaccano il paese in due, dove cresce un forte disagio e un impoverimento dei ceti a reddito fisso e le classi medie, che per 50 anni si sono sentite la colonna portante del paese, sono sottoposte ad un profondo processo di ristrutturazione, di destabilizzazione che configura un nuovo concetto di marginalità.
Cresce, insomma, il rischio povertà per larghe fasce di popolazione; ai giovani, poi, è inflitta una doppia perdita:quella della sicurezza e della speranza in una fase in cui è cresciuta l’area dell’emarginazione e dell’esclusione sociale, così come è cresciuta l’area del privilegio.
La disuguaglianza, dunque, torna a confermarsi il connotato di fondo della politica di questo Governo.
Questo induce ad interrogarci ancora di più su una questione ineludibile che è questione essenziale e che riguarda il modo con cui si ridistribuisce la ricchezza nel nostro Paese.
In un Paese in cui il 10% delle famiglie più ricche possiede quasi la metà dell’intero ammontare della ricchezza netta che, quindi, condiziona in modo evidente le scelte socio – economiche su come e dove destinare le risorse, spesso anche pubbliche, per accrescere agiatezza e sviluppo.
In Italia, in questi anni, la ricchezza che si è prodotta è stata prevalentemente spostata verso le rendite e verso l’economia finanziaria.
Questo non ha prodotto né maggior benessere tra i cittadini, perché la ricchezza non è stata ridistribuita, né è stata usata per nuovi investimenti necessari per il progresso industriale e civile del nostro paese.
Dunque, c’è una ricchezza immobilizzata che non è stata utilizzata e che, in qualche modo, non ha supportato neanche le scelte politiche dei nostri governanti pur se consapevoli della condizione di crisi in cui è precipitato il paese che dell’estendersi delle disuguaglianze e delle preoccupanti perdite che si registrano nel tessuto produttivo.
Per questo, lo sforzo della CGIL di presentare al Paese una proposta di cambiamento alta e credibile, ci dà un’enorme responsabilità a cui dobbiamo guardare con consapevolezza e rigore, coscienti di rappresentare una grande forza sociale che rivendica giustizia, equità, progresso per tutti e che fonda le sue radici, oramai da cento anni, sulla democrazia partecipativa.
Una proposta che tenga dentro la consapevolezza di non essere soli, che incrocia in questo nostro lavoro altri soggetti di rappresentanza che hanno altre sensibilità, altre idee, altri valori, con i quali dobbiamo interloquire ed avere la responsabilità di tentare, senza mettere in discussione i cardini delle nostre ragioni, una sintesi unitaria.
“Riprogettare il Paese”, lo slogan del congresso della CGIL dà, dunque, il senso del nostro lavoro e della situazione in cui siamo.
Ci sentiamo di dire, qui dove apriamo una discussione sulla fase, ma anche su noi stessi, che anche il sindacato non è immune dall’esigenza di adeguarsi.
Diciamo questo sentendo fortemente la confederalità, cardine essenziale che ha ispirato ed ispira la nostra azione, ma ritenendo che il nuovo banco di prova della strategia politica confederale è sul saper tenere insieme lavoro ed esclusione, deboli e precari, e nel saper rappresentare ed unire queste forze in un unico progetto di sviluppo per il nostro Paese e le nostre comunità.
Noi abbiamo la responsabilità di essere punto di riferimento, di dare risposte, di essere la voce della gente comune.
Abbiamo la responsabilità di accompagnare questi verso una società più giusta e solidale, dove alla semplice “eguaglianza delle opportunità di partenza”, si sostituisca “l’equità delle opportunità di tutta la vita”.
Lo SPI è in questo contesto che si colloca e incentra la sua azione, cosciente di rappresentare le fasce più esposte e di lottare per una società in cui l’allungamento del tempo di vita corrisponda ad un maggiore benessere.
Il sindacato dei pensionati esce, dunque, dalla concezione culturale che lo aveva imbrigliato e si propone come forza attiva, necessaria per disegnare le politiche, per sollecitare i cambiamenti, cosciente di rappresentare forze considerevoli della società.
“L’anziano come risorsa e non come costo”, credo che questo concetto renda bene il senso di cosa intendiamo e del ruolo che vogliamo giocare nella società attuale e futura.
Questo ci carica di una grande responsabilità alla quale non vogliamo sottrarci e pone un problema di equilibrio sul campo.
Pone un problema di un nostro adeguamento, di percepire i cambiamenti, di essere là dove ci sono i problemi per cercare, con un’azione negoziale diffusa, di coniugare tutela individuale e collettiva e, come dicono i nostri documenti, “socialità, bisogni e voglia di protagonismo trovino una sintesi per definire le possibilità di essere protagonisti contro ogni forma di emarginazione”.
Il campo scelto per la nostra azione è, quindi, il territorio, una presenza capillare tra la gente, per ascoltare, coinvolgere, agire, essere punto di riferimento anche per combattere la solitudine a cui spesso l’anziano, per i tempi che la vita scandisce, è sottoposto.
Ma la presenza sul territorio assume ruolo strategico fondamentale a cui tutti (e non solo lo SPI), alla luce dei cambiamenti e della frammentazione del mondo del lavoro devono guardare.
Noi vogliamo essere, insieme alla CGIL, l’impalcatura organizzativa sul territorio, ma non possiamo né vogliamo sopperire a compiti altri.
Lo sforzo che in questi ultimi tre anni abbiamo fatto va in questo senso: un lavoro enorme che ha visto il gruppo dirigente dello SPI di Salerno impegnato in un rinnovamento radicale, comprando una sede prestigiosa al centro della città, adeguando tutte le nostre sedi periferiche, aprendone altre sia al nord che a sud della provincia (come nei piccoli centri di M.S. Giacomo, S.Egidio Moltalbino, S.M. di Castellabate) e ristrutturandone altre in comuni intermedi come Pagani, Scafati, Nocera Inferiore, Eboli .
Non è stato facile, non è facile, non sarà facile, ma grazie all’impegno delle tante compagne e compagni delle leghe, dei territori, oggi siamo con la somma delle nostre esperienze un punto di riferimento sull’intera provincia.
Trenta leghe rinnovate e rese più dignitose (grazie anche all’impegno dello SPI Nazionale e Regionale) e con strumenti di comunicazione nuovi, informatici, che ci mettono nelle condizioni di intercettare nuova militanza, nuove generazioni di pensionati, di svolgere la nostra azione sindacale, certo rispondendo a domande individuali ma avendo la capacità di trasformare queste ultime in occasioni per coinvolgere, appassionare, chiedere un impegno.
Un grande contributo ad accrescere il ruolo e la presenza sul territorio può esserci se la stessa CGIL, complessivamente, riesce a mettersi in rete con l’insieme delle organizzazioni della società civile impegnate nella promozione della solidarietà.
Ma per non essere tra quelli che indicano e non fanno, riteniamo opportuno che le nostre leghe debbano ancora di più migliorare la capacità di fare rete tra loro e con le associazioni presenti sul territorio, a partire da quelle che condividono i nostri obiettivi (volontariato – Università della terza età e del tempo libero – Arci- associazioni dei non autosufficienti, etc.).
Consapevoli che la strada è già tracciata da qualche anno credo, a tal proposito, che sia opportuno evidenziare i rapporti sempre più stretti con l’AUSER, con l’Arci ( con cui abbiamo prodotto progetti di telefonia sociale che a breve entreranno nella completa attuazione), con l’Università della Terza età.
Bisogna intensificare questo lavoro se vogliamo svolgere un ruolo decisivo ed indispensabile all’affermazione della coesione sociale e della qualità dello sviluppo nelle comunità.
Far crescere ancora di più lo spirito di rete è senza dubbio, quindi, la condizione essenziale per estendere e rafforzare la capacità di rappresentanza dello SPI.
E’ in questo senso che noi sollecitiamo la Confederazione e le sue categorie ad una maggiore presenza sul territorio per favorire lo sviluppo dei rapporti tra pensionati e lavoratori attivi, per qualificare la contrattazione sociale territoriale e realizzare una nuova confederalità.
La memoria e le esperienze delle generazioni anziane, in una società che rischia di appiattire ogni sua scelta nel presente, senza interrogarsi sugli effetti delle decisioni prese e senza conoscere le esperienze che in passato sono state compiute, possono portare a rappresentare idee per lo sviluppo di iniziative socializzanti e di partecipazione.
E poi la memoria e l’esperienza delle donne e degli uomini che hanno conquistato e costruito la democrazia in questo Paese, ed in questa gli attuali diritti nel lavoro e nella società, sono importanti esempi per le generazioni più giovani, soprattutto per contrastare la frattura intergenerazionale che questo governo, con i suoi provvedimenti, sta cercando di cavalcare.
E’ opportuno,allora, ricercare collaborazioni con le scuole che, nonostante la riforma Moratti, sentono ancora il bisogno di aprirsi al territorio, parlare con i giovani, in primis con coloro che hanno scelto la CGIL come punto di riferimento, come quelli dell’UdS.
Per noi, inoltre, è importante ( come stiamo facendo con il progetto “ADESSO SPI”) continuare a sviluppare occasioni formative e didattiche tese a diffondere la conoscenza delle tecnologie informatiche per rispondere alla domanda di studio e di crescita culturale ( in particolare tra i neo – pensionati) e per favorire la collaborazione tra le categorie e lo SPI per l’accompagnamento alla pensione e all’iscrizione al nostro sindacato ( risposte positive purtroppo le abbiamo registrate soltanto dal Sindacato dei lavoratori della comunicazione e della scuola) favorendo un rapporto diretto ( come stiamo facendo con i lavoratori pensionandi della Telecom) dello SPI con questi neo-pensionati, in modo da determinare le condizioni affinché vengano valorizzate sia le competenze sindacali della nostra organizzazione che le potenzialità di vita attiva del lavoratore anche dopo il pensionamento.
In particolare si tratta di rafforzare la formazione sindacale rivolta ai nuovi attivisti (spesso ex delegati sindacali) ed ai pensionati che si avvicinano per la prima volta allo SPI. In tale ambito puntiamo a valorizzare e potenziare gli strumenti di informazione rivolti alla popolazione anziana, a partire dal sito web che abbiamo attivato e dal mensile “DirittiSenzetà” che già pubblichiamo da circa due anni.
E’ essenziale, inoltre, un miglior rapporto con i servizi di tutela individuale, rivendicandone il decentramento e la capacità di ascolto e di dialogo con gli utenti, abbandonando una pratica solamente tecnicistica, priva di humus politico – sindacale, che è la base primaria del nostro agire.
Bisogna, ancora, continuare l’impegno per attività ludiche e di tempo libero, che rappresentano occasioni d’incontro, di scambio di idee, di conoscenze e di crescita del senso di appartenenza.
Va anche detto che le difficoltà sono tante perché la carenza di spazi sociali per gli anziani, in particolare nella città capoluogo, negli ultimi tempi sta condizionando non poco le iniziative ricreativo-culturali della terza-età; questo impone quindi l’esigenza di un intervento concreto negli Enti preposti per affrontare e risolvere il problema.
Appartenenza, identità, sono parole che stiamo in quest’ultimo periodo usando spesso per sottolineare la nostra voglia, come persone, di essere “protagonisti consapevoli” come recita lo slogan del nostro Congresso.
La persona, dunque, come punto centrale della nostra strategia; il nostro agire, come sintesi tra collettivo e individuale, tra diritti di tutti e nuove opportunità per ciascuno.
Un ruolo difficile che ci vede impegnati sul terreno sociale, assieme alla CGIL, in battaglie, per citarne alcune, come l’istituzione di RSA ( Battipaglia), servizi per gli anziani ( Scafati), abbattimento delle tariffe comunali e istituzione di centri sociali per gli anziani ( Agropoli) , ne sono una testimonianza.
Un ruolo che ci vede impegnati a contrastare in modo sistematico la politica del governo, con le ultime iniziative contro la Finanziaria, con la raccolta delle firme per la proposta di legge sulla non autosufficienza, contro i continui tagli alla spesa sociale che al Sud ha picchi elevati di riduzione e contro i ritardi per la piena entrata a regime della legge quadro di riforma dell’assistenza ( 328/2000), la quale individua, come suo caposaldo, nella costruzione di un sistema di sicurezza sociale, l’inclusione e, come via, l’economia sociale.
Purtroppo siamo ancora , a cinque anni dalla sua promulgazione, in una fase di forti squilibri territoriali.
Le enormi diversità esistenti in seno alle legislazioni regionali e alle iniziative comunali contribuiscono a consolidare un sistema di cittadinanza sociale molto differenziato, in cui gli anziani e le altre categorie sociali fruiscono di diritti non sulla base delle condizioni di bisogno, ma in dipendenza del luogo in cui il bisogno sorge.
I capisaldi della riforma ( rete integrata e qualità dei servizi)sono ancora fermi al piano delle intenzioni.
I Piani di Zona e la gestione associata degli interventi sociali fanno ancora fatica a decollare perché le regioni tardano a dare attuazione alla riforma dell’assistenza e gli amministratori comunali non abbandonano, in diversi casi, il localismo e gli interventi che tendono più a mantenere le strutture che a favorire i servizi.
Emblematico è il dato che al Sud la quota delle risorse destinate alla burocrazia è del 33% sulla media nazionale del 26,9%.
Noi abbiamo bisogno , quindi, di un welfare locale che progetti e realizzi sul proprio territorio un sistema d’interventi e strumenti che siano in relazione ad una lettura attenta dei bisogni e delle esigenze, favorendo un’interlocuzione tra soggetti istituzionali, esperienze e risorse sociali, dentro una strategia di sviluppo che coniughi insieme l’uguaglianza dei diritti e le opportunità proprie del modello sociale solidaristico.
Sviluppo, insomma, che coniughi insieme crescita economica, progresso sociale, allargamento della democrazia e della cittadinanza.
Bisogna costruire un “Patto” con i governi locali per l’innovazione, per il rilancio e la riforma del welfare locale.
In questo Patto si devono, a nostro avviso, ricomprendere due momenti che altrimenti rischiano di essere separati:
Programmazione delle politiche sociali, in funzione delle pari opportunità di vita tra i cittadini;
Valorizzazione delle politiche istituzionali, in risposta a quanto viene segnalato in molte Istituzioni pubbliche in materia di attacco ai valori della democrazia.
Siamo, in pratica, in presenza di un caos politico-istituzionale imperante.
Infatti registriamo che le scelte del governo di destra mettono in atto azioni che tendono a dissolvere la coesione sociale e istituzionale del paese con la cosiddetta devolution e nel contempo vengono contraddette da altre scelte che mirano alla pratica del centralismo autoritario.
Non si sta colpendo solo gli Enti, mettendo in difficoltà la loro autonomia finanziaria , ma si stanno scompaginando momenti di autonomia politica , aspetti fondamentali di autogoverno per i quali noi chiediamo ai Comuni di reagire, tralasciando la scorciatoia dei soli tagli o della politica delle emergenze.
Dobbiamo saperlo, attraverso la devolution passa la rottura dei diritti di cittadinanza come elemento di coesione sociale nel nostro Paese.
Sabato scorso siamo di nuovo stati in piazza a parlare con la gente, a raccogliere firme per fermare questo progetto scellerato.
Ai Comuni , agli Enti, chiediamo quindi se in una crescente complessità sociale, come quella fin qui prospettata, in presenza di scarsità di risorse, dell’emergere di nuovi bisogni del tipo relazionale, non sia il caso di individuare nuove e più efficaci forme di gestione che assegnino al pubblico un ruolo strategico e di controllo, che superino la frammentazione attuale delle competenze e delle responsabilità tra i diversi soggetti pubblici e privati che sono sul territorio, riaffermando così il valore dei diritti e delle certezze sociali.
Il welfare locale deve contribuire alle politiche sociali, produrre una competizione virtuosa su qualità, efficienza, estensione delle prestazioni, ruolo di presenza e controllo dei cittadini.
Purtroppo nelle nostre città esiste ancora oggi una cultura fortemente ancorata all’assistenzialismo e all’individualizzazione dei servizi che rende ancora più difficile il passaggio ad un welfare locale che accolga la sfida più recente, quella proveniente non solo dalle nuove forme di emarginazione sociale ( le nuove povertà, il disagio abitativo), ma anche dall’aumento della vulnerabilità sociale.
Non possiamo farci continuare a schiacciare dall’offensiva della destra , che privatizza il welfare senza neppure dirlo.
Si guardi alla sanità, alla previdenza, alla scuola.
La destra non rinnova il ruolo, i compiti del pubblico. Li attacca, li destruttura e fa avanzare una privatizzazione strisciante.
Né possiamo farci spingere su una posizione difensivistica anche se la reazione è normale: di fronte ad un offensiva scatta in modo addirittura spontaneo l’esigenza di difendersi.
E’ così anche in politica.
Non dobbiamo dunque dimenticare che, al di là delle novità politiche che potrebbero delinearsi al governo e all’opposizione con la prossima campagna elettorale, il welfare, anche a livello locale, deve essere rinnovato profondamente e avere risorse, obiettivi precisi, qualità e efficienza.
Per determinare quest’ultima bisogna sapere che non è sufficiente, come in altri settori, un rapporto a due, tra chi guida le amministrazioni locali ed i sindacati che tutelano e organizzano chi in quell’ente lavora, ma c’è un terzo interlocutore: il cittadino utente che deve essere coinvolto da protagonista nel confronto.
Il Sindacato dei pensionati qui potrebbe svolgere un ruolo importante nella difesa di chi organizza e tutela.
Noi siamo i cittadini dei doveri, quelli che con senso di responsabilità spesso durante l’arco della propria vita si sono rimboccati le maniche e, proprio per questo, oggi rivendichiamo di essere i cittadini dei diritti per noi e per gli altri.
A tal proposito voglio sottolineare che abbiamo raccolto per la presentazione di una proposta di legge sulla non autosufficienza in meno di 15 gg.circa 1300 firme e altre sono in via di vidimazione.
Qui vogliamo ringraziare quanti hanno presidiato le piazze nel chiedere l’adesione alla nostra proposta e gli amministratori che stanno insieme a noi, FNP e UILP impegnandosi per l’autenticazione e lo svolgimento della iniziativa.
Una bella prova di democrazia, di condivisione di proposte tra chi governa le città e i cittadini, un bell’esempio di lavoro comune.
“Amministrazione condivisa” per noi significa anche questo.
Far sì che chi è delegato a governare al centro o in periferia non abbia un contatto con i cittadini solo nel momento in cui si chiede il voto.
Chiediamo troppo? Non credo!
La democrazia rappresentativa, se riguarda chi è liberamente eletto per rappresentare gli interessi della collettività nelle istituzioni e se è sostanza della politica, deve riguardare anche i soggetti associativi intermedi che nascono per rappresentare istanze, per riequilibrare forze e che a pieno titolo, ricevuto il mandato, devono essere considerati per quello che rappresentano e non per il grado di affidabilità reverenziale.
Lo sappiamo, è difficile convincere, coniugare le attese di una collettività, dove possono esistere corporazioni, interessi, ma la sinistra se vuole vincere la scommessa di governare, che abbiamo di fronte nel prossimo futuro, deve necessariamente coniugare il nuovo con il sentimento della passione, dell’impegno, del confronto con la gente e con le organizzazioni che la rappresentano, altrimenti corriamo il rischio di appiattirci su una concezione culturale, che in nome della modernità e dell’efficienza amministrativa, chiede meno lacci e laccioli, meno critiche, a volte meno sindacato, incorrendo nel peccato, sicuramente inconsapevole, del segno meno per la democrazia.
Una vecchia canzone diceva “ libertà è partecipazione”.
Ecco noi chiediamo di partecipare, di avere un confronto, di essere ascoltati prima che si prendano decisioni che possano riguardarci in quanto cittadini.
Il patto che chiediamo alle amministrazioni locali va in questo senso.
Va nel senso di una battaglia comune contro questa finanziaria che non dà nessuna risposta a quanto abbiamo posto in questi anni, che non fa nulla per gli anziani, per i più deboli, dove il drenaggio fiscale non viene restituito, i pensionati non ottengono l’ampliamento della no-tax area e punisce ancora una volta gli enti locali con un taglio di circa 580 milioni di euro, vincolando le proprie risorse in palese violazione delle norme sul decentramento e sferra un poderoso attacco alle politiche sociali dei Comuni.
Compagne e Compagni,
in questi anni, da quando abbiamo iniziato il viaggio insieme vi ho chiesto molto e molto abbiamo fatto.
Voi avete la capacità di esprimere emozioni, di saper riconoscere quelle degli altri e di dare spazio ai sentimenti.
Avete ancora, a dispetto degli anni che avete vissuto, la capacità di pensare che le idee del potere possono cedere il posto al potere delle idee.
Per questo è bello stare tra voi.
Quello che ci aspetta non è un tempo facile, ma sono sicuro che con la vostra passione e il vostro impegno molto riusciremo ancora a fare per il nostro paese, per le nostre città, per noi, per i nostri figli.
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